sabato 6 dicembre 2014

Sarai Donna

  Ieri abbiamo saputo che sei Tu. 
Stavamo imbambolati, io e tuo padre, come due ciechi che hanno appena riacquistato la vista e ai quali è stato concesso il dono di assistere ad uno spettacolo di fuochi d’artificio sulla distesa scura del mare.

  Il mare, lo spazio scuro in cui ti muovevi, forma già definita e tenera, sullo schermo dell’ecografo; l’esplosione e lo scintillio di colori, ogni notizia di Te appresa che riempiva i sensi e faceva smuovere pezzi di cielo dell’anima.

  La testolina tonda, il miracolo del cuore così piccolo eppure già così pulsante, la  lunghezza dell’omero, la misura del femore; e poi e poi, l’esplosione di tutte le esplosioni:

   -          È femmina.

  Ce l’ha detto così la dottoressa, senza preavviso, soffermandosi solo a sorridere sul punto da cui aveva estrapolato la notizia e che invano noi fissavamo, impacciati dalla nostra incompetenza ma felici e fiduciosi della veridicità del dato.

  Sei una femmina, una piccola donna che cresce nel mio grembo di donna fatta, una futura donna che farà capolino nel mondo aggrappandosi con fede alla mia mano di donna che ha già vissuto; e per questo vorrei essere brava, come le più brave  e famose scrittrici, a dirti tutto quello che vorrei non solo come madre ma soprattutto come donna.

  Vorrei dirti che è vero che questo mondo era stato creato per gli uomini e che la donna ha sempre dovuto lottare e sacrificarsi per riuscire a farsi posto, che è vero che ancora oggi nel dubbio del genere di un individuo o per identificare un mucchio di cose, si usa il genere maschile, che è vero che Dio continua ad essere rappresentato nella maggior parte delle religioni come un essere supremo ma di sesso maschile, che è vero che alla fine per la donna è sempre tutto un po’ più difficile: affermarsi lavorativamente, difendersi da violenze fisiche o da abusi, decidere di partire, zaino in spalla e nessun vincolo, per il giro del mondo senza preoccuparsi in alcun modo della propria femminilità.

  Per una donna è sempre tutto un po’ più complesso, nonostante il mondo in cui viviamo oggi, sia un mondo che ha quasi totalmente riconosciuto, almeno in teoria e fatta eccezioni per determinate culture, ogni singolo diritto ed ogni aspetto di supremazia femminile;

tuttavia, io non sono una scrittrice, e meno che mai sono brava, per tanto vorrei solo dirti che la più grande verità e quella della Forza intrinseca e speciale che noi donne possediamo, la Forza di tutte le forze, quella stessa Forza che non ci ha fatto mai arrendere in millenni di soprusi, quella Forza  ineguagliabile che ci fa rialzare ad ogni caduta, che ci spinge ad andare avanti qualsiasi accada, che ci fa dono di capacità immense ed incommensurabili, che ci rende uniche ed impareggiabili. Quella Forza che io sperimento mentre ti scrivo e ti sento scalciare, ancora incredula e strabiliata dal miracolo che rappresenti, nonostante io lo abbia già vissuto una volta: la Forza della Vita.


  E ti posso augurare ogni bene ed ogni ricchezza, Piccola mia, ogni desiderio realizzato, materiale o non che sia; ma quello che ti auguro più di tutto, e che solo a Te posso augurare, è che un giorno tu possa sperimentare in egual modo la Forza intrinseca che ti contraddistingue: che un giorno Tu possa provare la stessa infinita gioia che io provo oggi: che un giorno, tra tutte le altre cose, Tu possa anche diventare Madre.

  E intanto, aspetto con ansia primavera come non l'ho mai aspettata, per poterti finalmente stringere forte forte al cuore...


lunedì 24 novembre 2014

Nei parchi solitari d'inverno

Nei parchi solitari d'inverno
Immobili nella foschia 
di poche risa incappucciate,
Stretti dai rami spogli di amici muti
Grigi di nubi e di nostalgia,

Qui Ci ritrovo,
Voci vicine e complici
Intimi di letture appassionate
Impregnati ancora d'amore e di baci.

Poi il richiamo di un raggio di sole,
E lo spettro di te che svanisce.

sabato 15 novembre 2014

L'angelo della spadara


[Un racconto non propriamente breve rispetto a quelli che ho già pubblicato nel blog; ma che parla di amore - di amore intenso, di quell'amore che si incontra solo una volta nella vita - , della mia Terra che è sempre stata un pò magica, e di una pratica antica, carica di tradizione, che continua a tramandarsi, quale la pesca del pesce spada in Sicilia - dalla mia raccolta "I Racconti del Sole" - di Irene Z.]

RACCONTO

MOMENTANEAMENTE 
ASSENTE 

PER ALTRO PROGETTO



(dalla mia personale raccolta: I racconti del Sole)

lunedì 10 novembre 2014

NON SMETTETE DI SOGNARE

I MIEI LIBRI DEL CUORE
 Che vorrei fossero anche i vostri,
perché non c’è niente di meglio che condividere un pezzetto di felicità,
quando di luminosa felicità e rinascente forza l’anima si è riempita, leggendo quel libro…
@->-----

  L’altro giorno, Fabiola, che ho sempre avuto la fortuna di conoscere da queste parti, mi ha fatto sapere, tra un commento ad un post e l’altro, d’aver divorato “Gli effetti secondari dei sogni” di Delphine De Vigan, ispirata dalle dirette citazioni che io stessa ho riportato in questo mio piccolo spazio, avendo amato quel romanzo tanto da sentirlo parte di me.

  E siccome sono una che crede nella lettura – nella buona-lettura – come fonte terapeutica e risorsa d’energia per l’anima ed il cuore, quasi che la buona-lettura fosse in definitiva una delle poche forme d’aria e di cibo prediletti per lo spirito, ed avendo sempre io alla spalle diverso tempo dedicato all’attività di “recensionista-per-caso” in giro per i network letterari,ho deciso di ripescare e di tenermi stretta stretta qui, in questo spazio che è più mio di qualsiasi altro, la recensione che feci al romanzo in questione; proprio per la voglia di condividere con chiunque voglia attingervi la mia passione per una scrittrice come la De Vigan e per i suoi romanzi…


  Delphine de Vigan l’avevo già assurdamente amata per via de "Le ore sotterranee", ma ero convinta che tanto ardore fosse dovuto più all’argomento del romanzo, - mobbing/lavoro/società alienante –, che al talento dell’autrice stessa. 
 Poi mi è capitato tra le mani "Gli effetti secondari dei sogni", ed ho capito che io di questa meravigliosa autrice voglio leggere tutto, ogni cosa, pure quello che non ha mai pubblicato se c’è un modo per ottenerlo.

 Perché la De Vigan a me fa lo stesso l’effetto di quei violinisti che suonano così appassionatamente che l’anima ti si scioglie e vorresti piangere.
 Lei, la De Vigan, “vede”; guarda il mondo e riesce a “vedere oltre”: oltre le barriere dell’apparenza, oltre il pensare comune, oltre i pregiudizi, oltre tutti i muri che gli esseri umani sono così bravi a costruire tra di loro. “Vede” e, come per incanto, tramuta il tutto in parole, e in trama, e in storia: senza dimenticare mai di lasciare un insegnamento, una traccia, l’appiglio grazie al quale gli occhi dell’anima di chi legge si spalancano e rimangono pieni di quel senso che ti aiuta a vivere meglio, quello stesso senso che da senso ad una lettura che non si dimentica.

  C’è un po’ di tutti noi nella piccola Lou Bertignac, nonostante quasi nessuno credo possa vantare un’infanzia da piccolo genio prodigio. Ma non c’è un solo uomo sulla faccia della terra che non viva per i propri sogni; e non importa di che genere di sogni si tratta: l’importante è non smettere mai di credere in essi, qualunque sia il sacrificio che questo comporti.

  Non arrendetevi, non fatelo mai, e sopratutto, NON SMETTETE DI SOGNARE.



venerdì 7 novembre 2014

Cosa sei Felicità...



Cosa sei Felicità,


Se non questo istante di Pace,

Con i vetri che piangono pioggia,

Un respiro minuto e dormiente,

Il ragù che si cuoce sul fuoco,


E un abbraccio che arriva a sorpresa.


  Nulla di più vorrei, nulla di più chiederei: 
perché ci sono istanti di immensa e passionale Vita: basta solo saperli riconoscere.


mercoledì 22 ottobre 2014

DALLE ROSE DEL DESERTO...

...ALLE FOGLIE DI NINFEA DI REGINA

  Ebbene, ci ho provato. Io, nota per i miei sughi succulenti, le fettuccine fatte in casa, le paste al forno, i secondi fantasiosi, gli arancini, le focacce e le frittelle di zucchine al pecorino, proprio io, ho tentato di trasformarmi in una pasticcera.

  È successo mentre col Puffo spulciavamo i video di filastrocche sul telefonino; tra due ochette a fare il bagno, dentro l’acqua dello stagno, ed un gatto sopra il tetto mentre il bimbo è nel suo letto, è comparsa Chicca, ed il suo video su come preparare le Rose del Deserto.

  - UUUUUUAAAAAOOOOOOOO -, ha fatto il Puffo puntando il dito inquisitorio, - mammaaaaa bocotto -. Che nel bambinese de manca-un-mese-ai-due-anni, significa: mamma, guarda un po’ che biscotti spettacolari, li voglio/me li procuri?

  E si sa, noi mamme scaleremmo le montagne e planeremmo in carne ed ossa sul Sahara pur di procurarci un paio di rose-biscotti da riportare alla prole UUUUUUAAAAAAOOOO-itamente entusiasta; saremmo persino capaci di improvvisarci biscottaie, noi che giusto un paio di volte abbiamo provato a confezionare un ciambellone e dei semplici frollini ed è tutto finito in fumo da pasta bruciacchiata.

  Perché per la cucina ci vuole attitudine, e non è detto che chi è un maestro della besciamella lo sia anche di crostate e meringhe.
 
Io, però, ho preso la questione di petto, ho piazzato Chicca bene in vista sulla spianatoia e mi sono messa il Puffo di lato a farmi da assistente; tanto gli ingredienti ce li avevo tutti, tranne una certa vanillina che ho reputato di poco conto, come le comparse nei film, e la crema di whisky nella quale Chicca raccomandava di ammollare l’uvetta: ma Chicca probabilmente non si accingeva a nutrire alcun puffo.

  Decisa e gloriosa, con le fruste elettriche nella mano destra ed i primi ingredienti ad un palmo da quella sinistra, ho iniziato sbattendo amorevolmente due tuorli e due albumi; ma l’amore smisurato di mio figlio per la forma u-ovalica, ispirante soprattutto kinder sorpesa e simili, ha irrotto al grido esaltante di VVUUUU-OOOOO-VVVV-AAAAAAA, seguito dal lancio compulsivo delle finte uova di cioccolato direttamente sul pavimento della cucina: non erano degne di sopravvivere, le impostrici!

  Non mi sono fermata, nulla avrebbe potuto fermarmi, ero già nel deserto sotto il sole cocente a seminare convinta la volontà di raccogliere le Rose da offrire al mio pargolo; che dal canto suo allietava il mio operato con festosi lanci di farina, rinfrescanti schizzi di burro fuso, meravigliose coreografie di uvetta ammollata e croccanti petali di cereali e coraggiose immersioni nello zucchero semolato; così che, e miseramente ne ignoro ancora il motivo, al controllo del risultato, l’impasto è risultato terribilmente morbido, decisamente morbido, diciamo pure che si avvicinava al liquido. E non poteva essere: perché in contemporanea, Chicca stava mostrando nel suo video come modellare dall'impasto ottenuto delle palline da rotolare nei cornflakes prima di passarle a cottura.

  Ho guardato con sospetto il mio assistente. – Amore, mica avrai versato il latte dell’uvetta qui nel piatto della mamma?

  Lui ha sostenuto il mio sguardo, con gioia. – UUUUUUUUUAAAAAAAOOOOOOOO

  E a quel punto, come i generali al fronte in procinto di veder sfondate tutte le linee, ho deciso caparbia l’unica mossa che mi rimaneva: i cornflakes dentro, invece che fuori; in modo da ricompattare il tutto e passare poi a cucchiaiate sulla placca del forno.

  Ha funzionato? Ne sono uscita vincitrice? 

 
Rose del Deserto
La verità è che le Rose del deserto dovevano somigliare per l’appunto a dei graziosi boccioli costellati dai petali di cereali, mentre le mie di creazioni sono risultate giusto un pizzico differenti, più generose in larghezza, di certo meno snob: e vorrei dire al mio Signor Marito, che tanto mi segue di ganasce nella gloria delle mie pastasciutte e che, vile, come il nemico è pronto a cambiar bandiera al primo biscotto venuto, che i miei di biscotti sono ben lungi da somigliare a delle Patacche, perché non avrò dato vita alle ROSE DEL DESERTO, ma sono fiera ed orgogliosa d’aver approntato e definito le nuove e originalissime... FOGLIE DI NINFEA DI REGINA.
Foglie di Ninfea di Regina




giovedì 16 ottobre 2014

PENSARE POSITIVO - PRIMA PUNTATA

L'INCONTRO CON CARMEN MEO FIOROT

Ieri pomeriggio sono andata alla posta. Non ci andavo da tempo, perché oramai con bollette e bollettini mi sono organizzata via internet o dal tabaccaio, ed anche se zia Assuntina va ripetendo che alla posta si fanno incontri interessanti, perché buonanima di suo marito era un impiegato e si sono innamorati allo sportello durante l’invio di un telegramma di condoglianze, c’è anche da dire che io sono già accasata e con prole, e, dunque, secondi fini per andare alla posta non ne ho.

 Ieri, tuttavia, una serie di contingenze fortuite mi ci hanno portato e, col mio numeretto 146 A – servizi finanziari, mi sono apprestata ad attendere il mio turno. 

 Che poi, andare alla posta di pomeriggio, quasi all’ora di chiusura, è una bella cosa: senza dover per forza cercare il proprio innamorato tra i presenti, si può discutere con gli anziani in attesa della situazioni politica ed economica del paese, rimpiangendo con loro i tempi andati; si può avviare un’analisi interiore ed approfondita del vario atteggiamento umano in una situazione di pazienza-attesa forzata, quel è la fila da numeretto; si può riflettere sul proprio passato-presente azzardando delle ipotesi sul futuro prossimo, tanto nei pomeriggi postali l’atmosfera è sempre un po’ apocalittica, con quella luce al neon giallognola e l’impiegata dello sportello dei pacchi con gli occhialetti sul naso e la pupilla po’ schizzata, da psicopatica.

 Ieri, invece, mi sono accorta che alla posta ci sono i libri. Sì, i libri, quelli veri, rilegati, messi in bella mostra in un grosso espositore, con tanto di offerte e promozioni per la vendita.

 - Da mooooooooo -, m’ha redarguito la signora seduta accanto. – E che, non se n’è mai accorta? Ma come si fa… .

 E no, non me n’ero mai accorta, sempre di corsa, sempre con la testa altrove, sempre a sfumacchiare appiccicata al vetro esterno per non perdermi il turno, spero vorrà perdonarmi signora-assoluta-conoscitrice-diposteitaliane; prometto che farò più attenzione.

 E tra tutti i libri, veramente tanti e d’ogni specie, la mano mi è caduta su un manualetto all’apparenza di poco conto, con la copertina sorridente giallo-limone ed un titolo adeguato a chi si sta sobbarcando una fila da riuscirò-mai-a-tornare-casa: PENSARE POSITIVO, di Carmen Meo Fiorot.

 Ma chi è questa Carmen Meo Fiorot? 

 Ho aperto sospettosa, e la primissima pagina , interamente in corsivo, riportava il pensiero esatto di Carmen:

 “So che ogni atteggiamento mentale può essere modificato, che possiamo essere felici, sani, amabili, che possiamo vivere pienamente la vita in armonia con i nostri simili e col creato. So che molte sofferenze potrebbero sfaldarsi se solo imparassimo ad assumere un atteggiamento mentale positivo, ad amare nel modo giusto noi stessi e gli altri, se imparassimo a superare le nostre paure, i nostri perbenismi, le nostre ansie. Se riuscissimo a guardare ancora il mondo con gli occhi di meraviglia dei bambini[…].”

 WOW, questa Carmen è la mia maestra e non lo sapevo. Benedetta ignoranza.

 Vado allora alla ricerca di notizie sull’autrice, e, tra la prefazione e l’introduzione, le trovo:

 “Pensare positivo è il testo che meglio riassume il pensiero di Carmen Meo Fiorot, pioniera in Italia delle neuroscienze tra creatività e dinamica mentale, promotrice fin dagli anni Settanta di una metodologia di educazione mediante la libera creatività. Il 27 Agosto 2009 Carmen ha concluso la sua esistenza terrena, (…) oggi il suo patrimonio di idee, unitamente alla ricca collezione di disegni e mosaici realizzati nel Centro d’Arte dei Bambini e dei Giovani, da lei creato sin dal 1943 in vari paesi del mondo, viene custodito dalla Fondazione Giacomini Meo Fiorot – Musei Mazzucchelli.”

 In poche parole, Carmen si è dedicata per oltre un trentennio allo studio della mente umana, allo scopo di stimolarne al massimo ed in modo positivo le potenzialità creative, ritenendo la creatività (e la conseguente flessibilità) il bene più prezioso per l’uomo e per la sua capacità di trovare vie nuove, innanzitutto per quanto riguarda la sua vita, il suo modo d’essere, le aspirazioni personali, gli obiettivi professionali, e per rendere inoltre più facili i rapporti umani, per aiutare a cogliere l’altro profondamente, intimamente, al di là delle sue maschere e degli atteggiamenti determinati dal suo ruolo, dallo stato affettivo del momento, o dalla sua posizione sociale e professionale.

 Insomma, dopo una simile presentazione e stringendo in mano presupposti di una tale portata, voi cosa avreste fatto? Io ho acquistato il libro, e ho deciso di leggerlo e di parlarvene mano a mano che vado avanti nella lettura.

 E forse alla posta ci andrò più spesso, ci saranno anche lunghe file da sopportare, ma, come dice sempre zia Assuntina, si fanno incontri veramente interessanti.


venerdì 10 ottobre 2014

La libertà di sbagliare...

PILLOLE DALLA MIE LETTURE 
 Perché il frutto migliore di quel che leggiamo, 
sono le tracce che germogliano nell'anima.

@->-----

...stamattina mi sono svegliata con una citazione del Maestro che mi ronzava in testa.
Così ho cercato il libricino negli scaffali, me lo sono un pò goduto tra le mani, l'ho aperto, ed ho rifatto mia una grande verità...

“ Non vale la pena avere la libertà se questo non implica avere la libertà di sbagliare„ 

Mahatma Gandhi 



domenica 5 ottobre 2014

Il Nonno dell'autobus


 
 
Marcovaldo abitava al quinto piano del condominio più schicchettoso di Centocelle. 
  Che fosse lo stabile più In del quartiere lo aveva sentito dire dalla Signorina che da qualche tempo si era trasferita nell'appartamento accanto. Era successo in ascensore, tra il terzo ed il quarto piano, mentre lei, sempre bella e stretta nei suoi tailleurs colorati, con i tacchi che la facevano alta come un lampione illuminato ed il sorriso più luccicante che Marcovaldo avesse mai visto, spiegava per telefono ad una certa Mati che il posto in cui si era trasferita era veramente fico

  «Mati, devi credermi, è perfetto. E poi tutti sono tanto gentili e tanto giovani... Come dici?... Matilde, sei la solita! Per quanto mi riguarda è il condominio più schicchettoso ed In della storia...»

  Marcovaldo avrebbe voluto ringraziarla per tutta quella dedizione, se non fosse che le porte sgangherate dell’ascensore si erano spalancate col loro scatto arrugginito e la Signorina era sgusciata via indirizzandogli appena un cenno di saluto. 

  Da quel giorno Marcovaldo aveva sviluppato una doppia abitudine che, da bravo pensionato qual era, aveva incominciato a coltivare con meticolosa costanza ed assoluto trasporto. 
  In primo luogo, aveva preso a smaccare le lamentele ed i piagnistei dei soliti condomini che continuavano ad inveire contro le condizioni pietose in cui versavano gli appartamenti della zona. A tale riguardo, era addirittura arrivato a tagliare corto con Cesare, alzandosi da un tavolo dove una partita a tre sette lo avrebbe di sicuro visto vincitore e lasciandosi alle spalle un’amicizia cinquantennale ed il Bar Delle Rose. 
 
Poco male, lui aveva da praticare la seconda sacra abitudine che consisteva nell'uscire tutte le mattine alla stessa ora della Signorina ed andare a prendere l’autobus insieme a lei. L’intenzione di Marcovaldo sarebbe stata quella di avvicinarla e di rivolgerle quel grazie sincero che, dal pomeriggio dell’ascensore, gli era rimasto in gola, nella sua gola rugosa e raggrinzita di vecchio che la Signorina aveva decantato, al telefono con Mati, come giovane e tanto gentile. Si ricordava, la Signorina? L’aveva detto lei che nel condominio erano tutti tanto giovani e tanto gentili, se lo ricordava? 
  Tuttavia, non reputando nessun momento quello adatto, l’uomo aveva deciso di aspettarla anche la sera e non sapendo come meglio trascorrere il tempo altro non gli era venuto in mente che fare su e giù con lo stesso autobus, da capolinea a capolinea, dalle sette e trenta del mattino alle diciassette e quindici della sera.

  Il punto era che la cosa gli veniva del tutto naturale, essendo stato lui stesso conducente di autobus per più di quarant'anni della sua esistenza. 

  «Carriera stimata la mia, sa?» soleva raccontare ai giovani autisti che si susseguivano di turno in turno e che lo avevano affettuosamente battezzato “Il Nonno”. «Io e Cesare eravamo i migliori, sempre puntuali, sempre precisi, sempre disponibili con le persone. Perché vede, caro il mio giovanotto, il sorriso, la cordialità, anche solo il saluto, sono fattori fondamentali affinché una linea goda di buona reputazione, capisce?»

  «Eh Nonno, altri tempi i suoi! Oggi la gente è diventata maleducata, arrogante, impaziente… Ci sarebbe da fare a pugni ogni due per tre.» 

  Ma stranamente sugli autobus della tratta che da Centocelle portavano al centro della città si era sparsa la voce che i conducenti erano tipi simpatici e cordiali e che quasi era un piacere prendere l’autobus persino all'ora di punta. 

  Nonostante ciò, il cruccio di Marcovaldo permaneva. «Senta Nonno» gli disse una sera Osvaldo, il conducente più giovane e più affezionato all’anziano ed alla sua causa, «vada dalla tizia e la ringrazi per quello di cui la deve ringraziare»

  La Signorina stava giusto appunto seduta tre posti dietro Marcovaldo, ed il Nonno facendosi coraggio decise di avvicinarsi. 
  Fu in quel momento che la ragazza rispose al cellulare.«Mati! Che sorpresa! Sì, sto bene… Un po’ impicciata, domani trasloco… Già, non potevo più stare in quella topaia, cade a pezzi e nessuno si decide a fare un po’ di manutenzione. E poi tutti quei vecchi che rompono e si lamentano… »

  A Marcovaldo sembrò che l’autobus avesse accelerato di brutto e che il suo cuore risentisse all'improvviso dei tonfi degli ammortizzatori. Non si accorse neppure di quando il mezzo si svuotò lasciando soli lui ed Osvaldo, fermi al capolinea. 

  «Nonno, che vogliamo fare? Non torna a casa?»

  Il vecchio non rispose, gli occhi piccoli e lucidi come quelli di un bambino che ha perso il suo dono più prezioso.

 «Non si abbatta, Nonno. Pensi a me che co’ ste’ femmine di oggi chissà quanto ci dovrò lottare prima di trovare quella giusta! Sa che facciamo? Lei ora si siede al posto di guida ed insieme riportiamo l’autobus in rimessa, le va?»

  Quella sera Cesare sentì strombazzare un autobus proprio davanti al Bar Delle Rose. Si affacciò per vedere cosa stava accadendo e, sorpresa delle sorprese, a sorridergli sdentato dal posto del conducente stava proprio lui, il vecchio caro Marcovaldo. «Cesare! Salta su!... Ci facciamo l’ultimo giro, vecchio lupo! Io e te, proprio io e te, come i vecchi tempi!».

  Era l’imbrunire, ma la vecchiaia ed i grigi palazzoni del quartiere sembrarono finalmente sorridere sereni.

[scrissi questo racconto qualche anno fa, quando, dopo la laurea, andai a vivere per diverso tempo in un condominio più o meno alla periferia di Roma, dove conobbi diversi anziani simpatici e calorosi che mi fecero tanta compagnia e mi diedero tanto coraggio affinché non mi arrendessi nell'arduo tentativo di trovare lavoro. Tra questi c'era Marcovaldo, nome ovviamente d'invenzione,  che mi è rimasto nel cuore come un secondo nonno: per la sua allegria, per la caparbia con cui continuava a fare su e giù sugli autobus di linea non riuscendo ad abituarsi alla condizione di pensionato da ex-conducente, per la positività con cui aveva affrontato e continuava ad affrontare la vita, per i suoi valori e per gli ideali. Il racconto è dedicato a lui, e l'anno in cui lo scrissi venne anche pubblicato cartaceo dopo la partecipazione ad un concorso di narrativa inedita. Oggi, che abito molto lontano da quel condominio ed ho perso da tempo i contatti con Marcovaldo e gli altri amici, sono venuta per caso a conoscenza che il Nonno dell'autobus è venuto a mancare già da un pò: per cui ho rispolverato il racconto per ricordarlo, per porgergli un piccolo omaggio, perché anche se alla fine non ho potuto più abbracciarlo, il suo ricordo rimarrà sempre nel mio cuore, e sopratutto perché una vita vissuta come la sua è una vita giusta, una vita felice che attende la fine come la giusta e serena conclusione, come in fondo lui stesso soleva dire.]




mercoledì 1 ottobre 2014

Quella strana cosa chiamata "Inserimento"


 
La mia amica Gilda ha attraversato un brutto periodo.
 
 In verità, tutto era iniziato bene quando, quattro anni or sono, è felicemente diventata mamma di Giugiò, un tenero paffutone biondo con gli occhi azzurri; non fosse che, non appena la legge lo ha reso possibile, la società per la quale lavorava l’ha fatta fuori, senza troppi ma e senza troppi se, perché nel nostro paese, se diventi mamma, sul piano lavorativo ti trasformi in automatico in una pedina debole, una roba ormai andata da eliminare, e nella gran parte dei casi a nulla valgono i tentativi di dimostrare le capacità soprannaturali di una donna di offrire il meglio del meglio pur avendo il quadruplo di cose da fare.

 Tutto sommato, però, Gilda non l’ha presa male: in fondo c’era ancora l’impiego di papà Ernesto, e c’era Giugiò che da bravo neonato richiedeva un mucchio di attenzioni ma che le consentiva comunque di passare più tempo in famiglia. Così, un anno e mezzo dopo, è nata Gigetta, un’altra perla inestimabile di bellezza e simpatia, e in contemporanea l’azienda di Ernesto ha chiuso i battenti, lasciando a casa decine e decine di papà e scaraventando Gilda nel più completo sconforto.

 Per mesi l’ho vista torcersi le mani e asciugarsi gli occhi, preoccupata e terrorizzata dal futuro, e nonostante ciò continuare ad essere una brava moglie e una brava madre, affettuosa, presente, giocosa, carica di buoni propositi e di tante idee su come non far pesare troppo la situazione ai bambini.

 Fino a quando, al ritorno dalle vacanze, non è venuta da me, sguardo raggiante ed entusiasmo alle stelle, e mi ha annunciato che finalmente Giugiò era stato preso.

- Preso, dove?, mi sono assicurata.

- All’asilo, all’asilo, è stato finalmente preso all’asilo!

 Già, perché l’anno prima, Giugiò, pur avendo compiuto tre anni, non era entrato nelle graduatorie dell’asilo statale, sempre per quelle strane leggi del paese in base alle quali prima vengono i bambini stranieri, poi i figli di quelli che lavorano, poi i bambini dei divorziati e via dicendo; e Gilda ed Ernesto, molto a malincuore , non avevano potuto permettersi l’asilo privato

 Ed invece da quest’anno Giugiò potrà frequentare l’asilo, e che asilo!, mi dice Gilda, niente- popò-di-meno che uno basato sul metodo Montessori.



- Tutto a misura di bambino e nessuna costrizione, pensa, neppure il grembiulino, Giugiò sarà felice, potrà giocare con altri bimbi - , gridacchia la mia amica battendo le mani. – Senza contare che avendo solo Gigetta da gestire durante il giorno, potrò rimettermi a cercare lavoro… - E Dio solo sa da quanto non la vedo così felice e speranzosa.

- C’è solo l’inserimento da fare, qualche giorno un’oretta la mattina e poi sarà fatta - , mi annuncia.

 Sono passate tre settimane, Gilda è stata in poche parole sequestrata dall’asilo dove trascorre quasi l’intera mattinata con Giugiò che non ne vuole sapere di rimanere da solo senza la mamma; le maestre, una in particolare, pare le abbiano raccomandato di non forzare in alcun modo il bambino, che il tutto deve nascere in maniera spontanea, ma non fanno nulla per ingraziarsi la simpatia del pargolo né per cercare di familiarizzare; in ogni modo è stato dato un tempo massimo: se Giugiò non si deciderà a breve di staccarsi dalla mamma, l’inserimento dovrà essere ripreso l’anno prossimo.

 Pensando che la mia amica esagerasse nel raccontarmi una simile assurda favola e nel tentativo di supportarla per un giorno, l’ho accompagnata io stessa questa mattina, e la situazione è peggiore di quanto avessi immaginato. Non mi intenderò di metodi educativi e meno che mai di quello applicato in questa scuola, ma sono certa che se ci fosse la buon’anima della signora Montessori, non lascerebbe che un bambino e la sua mamma andassero alla deriva di una procedura ridicola e senza forma qual è questa cosa che chiamano “inserimento”, senza la possibilità di una mano competente che li tiri a bordo. Sono altresì certa che una vera Montessori provvederebbe a tappare la bocca a quella maestra tronfia e saccente che declama con tanta leggiadria che “il bambino avrà incamerato alcune lacune affettive fondamentali e per tanto c’è poco da fare”, innestando nel cuore di Gilda nient’altro che un profondo senso di colpa di non essere una brava mamma.

 Mi convinco sempre più che, nonostante le agevolazioni che il benessere, il progresso, la tecnologia e l’informazione hanno apportato, questa è un’epoca “genitorialmente” difficile; è l’epoca delle ansie da amniocentesi & co e dai dispendi da capogiro per i mille esami (tutti utili?) che tuo malgrado ti vedi costretta a fare non appena scopri di aspettare un bambino, l’epoca dei traumi da parto tradizionale – meglio quello in acqua, in piedi, seduta e addirittura a casa come ai tempi delle nonne -, l’epoca del numero indefinito di intolleranze e di allergie neonatali, l’epoca della difficoltà economica nel dare un’istruzione a tuo figlio (e non solo un’istruzione) soprattutto se abiti in una grande città, l’epoca dell’INSERIMENTO alla scuola materna - tanto per non andare avanti nell’elenco -, che ti può andare bene, o ti può andare male, da cosa dipende non si sa: forse dalla fortuna di trovare sul proprio cammino degli educatori che ancora SEMPLICEMENTE credono nella meravigliosa e SEMPLICE SEMPLICITà dei bambini.

http://www.lops.it/data/images/skin/articoli/montessori/montessori-02.jpg



venerdì 26 settembre 2014

Forse nella vita c'è una sola occasione...


PILLOLE DALLA MIE LETTURE 
 Perché il frutto migliore di quel che leggiamo, 
sono le tracce che germogliano nell'anima.

@->-----

...o le tracce che ti tornano in mente quando prendi un autobus. Nel mio caso era una metropolitana, questa mattina: e come sempre mi sono soffermata a contemplare visi, espressioni corrucciate, vaghe speranze nelle pieghe degli occhi, ermetici sogni,  ma poi neppure tanto ermetici, trasportati negli zainetti per andare a scuola. Tutte quelle facce che, insieme alla mia, andavano in un posto preciso conosciuto solo e soltanto a ciascuno, perchè mai come sui mezzi pubblici avverti quella sensazione ormai così abituale di un insieme pullulante di solitudini solitarie. E allora mi è tornato in mente uno dei miei romanzi preferiti, proprio mentre mi domandavo quante occasioni possono esistere nella vita e se ciascuna di quelle persone avesse colto la propria, se ciascuno di loro fosse felice... 

“Forse nella vita c'è una sola occasione, peggio per te se non sei pronto a coglierla, non si ripresenta più. Forse ho appena perso la mia occasione. Guardo le persone sull'autobus, mi chiedo se hanno saputo cogliere la loro occasione, nulla lo dimostra né lo smentisce, hanno tutte la stessa espressione affaticata, qualcuna un vago sorriso [...].”

De Vigan Delphine, da“Gli effetti secondari dei sogni".

Immagine rubata da Internet

mercoledì 17 settembre 2014

Siamo di Più, di Più di quel che Siamo...


   Il Ritorno è sempre un nuovo inizio, 
è un presupposto, 

è un Pensiero:

Essere Migliori: 
meglio del meglio di noi stessi. 


   Avanzare spavaldi, 
a piedi scalzi e l’anima in mano, 

fiduciosi di superarci.

Siamo il ritratto che di noi porgiamo, 
i colori che gli altri scrutano. 

Siamo il bene se coltiviamo bene, 
e arcobaleno se ci riesce di sorridere.

Siamo di più, 
di più di quel che siamo, 
di più di ciò che vorremmo essere.

Siamo noi ad avere ali immense di sogni, 
le uniche in grado di portarci in volo.

Ciascuno di noi, Tutti.

Se solo smettessimo di perderci di vista, 
davanti allo specchio,
 tra la folla, 
oltre i vetri dei palazzi,
 nelle strade.

Se solo ricordassimo di ricordare 
che siamo il meglio del meglio di noi stessi,

e avanzassimo a piedi scalzi e l’anima in mano, 
brillanti di arcobaleno,

nutriti ancora dai sogni e dallo stupore di Esserci.


 p.s. dalle "Riflessioni-Su-Come-Ripartire-Dopo-Un'Estate-Ricca-Di-Colpi-Di-Scena", 
di Regina: 

perchè spesso ci sottovalutiamo, o permettiamo che gli altri ci         consentano di farlo, ed è per questo che ho voluto estendere il mio "rimuginare"     a chiunque voglia attingervi...

Immagini al post attinte da Internet



giovedì 17 luglio 2014

E' tempo di Vacanza...

  
Diario di Una Donna Senza Importanza

 Domani partiremo.  Tu non lo sai, ma è così.

 Tu dormi, Amore, ignaro di bagagli da preparare e liste da depennare prima di chiudere casa. Dormi, tra cuscini di sogno, paffuto e rilassato, coi tratti morbidi ed un sorriso piccolo dipinto sulla tua piccola bocca, che a guardarti la felicità è tutta in te: la Felicità sei Tu.

 Prima che ti addormentassi, te l’ho detto: domani partiamo, andiamo al mare, sei contento?
 Tu hai sorriso ed hai gridacchiato qualcosa, ma a te, che non hai ancora due anni,  la parola “andiamo” è sufficiente per renderti gioioso.
 Non andiamo al parco o in piscina, Tesoro, e neppure a fare la spesa,  andiamo in un  posto lontano, nella mia Terra, nella tua Terra.
 Passeremo per la strada grande grande, con quel negozio magico e affollato di lecca lecca giganti e di persone sospese in un viaggio, e per questo felici. 
 Arriveremo giuggiu, sulla punta di uno stivale, e attraverseremo il mare, su una nave che si farà una scorpacciata di macchine e turisti, fino ad averne la pancia piena, fino ad essere così sazia e soddisfatta da prenderci tutti sulle sue ali di ferro e mostrarci orgogliosa la scia che si lascia dietro, quella scia di schiuma tra una terra e l’altra, la scia di sogni e di speranze che da sempre  accompagna chi lascia l’Isola e chi ci fa ritorno.
 Respireremo il sale e il vento, e il dolce e amaro odore di combustibile e grasso misto ai buganvillea quando metteremo piede a terra . 
 Inizierà così la nostra vacanza, nella mia Terra, nella tua Terra, 
 dove a tratti i promontori scendono a picco nell'azzurro marino e allungano braccia di fichi d’india e frutti grossi come pugni chiusi, 
 dove le zie ti stropicceranno di baci le guance piene e ti chiameranno Pannozzo, per dire che sei soffice come un panno e candido come il lino intatto, 
 dove il vicinato tutto verrà a farti visita, perché tu sei nato forestiero ma sempre a loro appartieni, e il sangue della Terra è un sacro diritto e un santo dovere, 
 dove la nonna ti spremerà il latte dalle mandorle, per farti crescere sano, e il nonno ti insegnerà a nuotare e a guardare i pesci, 
 dove  i cuginetti proveranno a insegnarti le cose da maschio che fanno solo i maschi, irretiti ancora da strascichi di generazioni maschili stupidamente convinte di prevaricare, 
 dove io ti racconterò di generazioni di donne forti e solidali, complici e sognatrici e di come mi abbiano insegnato a sognare un uomo giusto, un uomo forte ma consapevole delle proprie debolezze, in grado di abbandonarsi alla tenerezza ma pronto a combattere i meschini, amante della verità  ma non assolutista, rispettoso non dei sessi ma delle persone: l’Uomo che io vorrei tu fossi, l’Uomo che mi impegnerò tu sia.


 Ma dormi, Amore, dormi sereno; che è tempo di vacanza, e questo basta.

Buone Vacanze a Tutti!