venerdì 16 giugno 2017

Ciao Amico, ciao...

E così te ne sei andato. Dopo cinque giorni di agonia in quel letto d’ospedale dove pare fossi arrivato vigile ma dal quale non ti sei più risvegliato. 
Te ne sei andato, nonostante le preghiere, le speranze, l’infinito amore di tutte le persone strette accanto a te. 
Sei venuto a morire in questa città che ti aveva accolto per parecchi anni ma che avevi lasciato per tornare nella tua adorata terra. Non sei riuscito a mancare l’appuntamento su quella maledetta via di periferia, con quell'automobilista distratto che ha svoltato dove non poteva, all'improvviso, senza possibilità di salvezza. Chissà, forse andava di fretta, forse ha pensato che aveva il tempo necessario per tagliare la strada di netto, forse era preso da altri dolori, da altre preoccupazioni e neppure ti ha visto. La vita è così complicata al giorno d’oggi, le sofferenze sono il pane quotidiano. 
Lo schianto della moto laterale alla sua macchina e per te è iniziato il conto alla rovescia. Non andavi neppure forte, dicono; altrimenti saresti spirato sul colpo, ti saresti frantumato per intero. Invece, solo quella forma di violento schiacciamento contro il serbatoio: fegato, reni, polmoni, nient’altro di tuo si è scalfito, persino il cellulare è rimasto intatto. Hai lottato. Parecchio. Soprattutto i primi giorni quando in quel coma indotto continuavi ad agitarti, i battiti che risalivano veloci ad ogni voce, ad ogni rumore. Poi più nulla. Tutto ha incominciato a cedere, in maniera lenta e inesorabile. Solo il cuore, forte e deciso fino alla fine. Il tuo cuore gioviale e generoso, carico di passione per la vita e per tutti. 
Non ti si poteva non amare, e non è una frase di circostanza. Il tuo carisma era ammaliante, la tua simpatia fuori dal comune e nonostante fossi diventato padre così giovane eri riuscito ad essere il migliore ed il più presenti dei papà. 
Hai amato e sei stato amato oltre ogni misura, per questo forse te ne sei voluto andare come le star, alla James Dean maniera. 
Lasci un vuoto che nessuno potrà mai colmare; ma non morirai mai, perché tu vivi negli animi di ciascuno di noi.

Non posso più donarti niente, ma ho voluto dedicare a te uno spazio in questo mio spazio che non conta nulla ma dove raccolgo le cose di cuore.

Ciao Amico, ciao… Ovunque tu sia, sarà certamente un mondo migliore di questo.

Con immenso e infinito Amore,

Irene

Gazzetta del Sud del 16 Giugno 2017

Gazzetta del Sud del 16 Giugno 2017

giovedì 8 giugno 2017

Zagarìa, piove fiori d'arancio

Zagarìa, piove fiori d'arancio. Come una manciata di stelle nella notte, sopra una coperta di ricordi.

Zagarìa, così dice la zia ai matrimoni; e sparge fiori d'arancio sui tappeti di organza e dentro al cuore di spose.

Amunì, che ti metto i fiori tra i capelli...

Pure tra i miei capelli di matassa?

A te prima di tutte, che c'hai i capelli tirabaci, tu... Ah, quanti baci tireranno quei capelli.

La mamma storce la bocca. I fiori e i baci stridono con gli ingranaggi del suo dolore muto. 

Zagarìa, piove fiori d'arancio. Sui belli e sui brutti, su chi ha e su chi invece non possiede. Perchè Natura non fa differenze, e corre innocente a infilarsi tra le pieghe rugose della vecchia giù al fiume, che tanto ha visto e tanto ha colto, e se n'è andata così: con gli occhi socchiusi e Zagara tra le dita. Che quando la troviamo, noi bambini, non pare neppure spirata.

Zagarìa, piove fiori d'arancio. Su menta selvatica e ginestra incastrate nella roccia. Roccia e mare. E schiuma di gabbiani, solleticata dai pesci e dal tramonto. 

Dammi la mano. Stringi forte la mia...

Mano nella mano, tra aghi di pino e agrumi. Malamuri e Zagara. Groviglio di cosce e vibranti respiri. Le Labbra che si scoprono, una goccia di saliva dopo l'altra, petali diafani della loro stessa essenza.

Scapparu, scapparu, gli amanti e pure gli anni. La gente già non rammenta più.

Ma Zagarìa, piove fiori di arancio. Sul pane di Pasqua impastato all'aperto e sulle donne chine ad abbracciarlo come carne di Cristo appena sorta.

Profuma di limone questo pane, Nonna… E’ il pane degli innamorati?

Figghia beniditta. Il pane della Vergine è… Diciamo l’aveomaria,  vieni, che il pane ci facesse sante e pie.

Aveomariapienadigrazia, fai che quando arriverà il tempo di amare io ami tra la Zagara, come quegli innamorati scappati e mai tornati, fallo Madonnina mia, e così sia.

Chiudi gli occhi, che Zagarìa

Coriandoli bianchi sull'anima in partenza sopra un treno che si fermerà altrove, dove gli aranci sono intossicati dallo smogh ed i frutti amari amari e senza fiori.

Non legare i tuoi capelli, sanno di buono. Lasciami annusare il sentore di terre lontane, di musica, di aranci e di limoni in fiore. Lasciali sciolti, i tuoi capelli, a riposare accanto a me nella calura di folla e di fiati, ammassati su un autobus che ha saltato tre corse. Quanti, quanti baci mi incitano i tuoi capelli. Credi a me, amore mio, e a tutti i baci che ti darei io.

Zagarìa, nevica fiori di arancio. In una stanza carica di rosa e di disinfettante. Dove visi stupiti dalla vita sorridono a manine chiuse a pugno.

Come sei levigata, giutta d'oro. Levigata e odorosa di bello, di prati carezzati da brezze alla mattina, di sole e di splendore. Per te, distese immense di mandorli e di pesco, e aranci in festa che facciano piovere Zagara e cose buone, affinché i tuoi ricordi come i miei non sbiadiscono e tu possa conservare sempre la meraviglia di un petalo che si poggia su ogni istante che vivrai.


Questo post partecipa alla raccolta #fioridarancio 
del mese di Giugno di Ispirazioni&Co

mercoledì 31 maggio 2017

INSIEME RACCONTIAMO 21... and I Will Survive!


21esimo appuntamento con Insieme Raccontiamo, ideato dalla mitica Patricia e targato Myrtilla's House.

Io parto sempre bene e poi puntualmente mi perdo: nel senso che mi ero ripromessa di esserci ad ogni puntata ma, aimè!, vivo i miei momenti di volo pindarico in planata su altri impegni o su altri progetti creativi in nome dei quali il bloggetto rimane indietro.

E dunque, dopo aver scavallato quello di aprile, eccomi qui pronta per il finale di maggio.

Il regolamento lo conoscete ormai tutti.

Passiamo quindi all'incipit di Patty ed al mio finale.

Edizione n.21

L'Incipit di Patricia

Stava affettando la cipolla per il ragù. La radio accesa a tenerle compagnia. Canticchiava sottovoce così come era capace, stonata e storpiando le parole inglesi.

Quasi a tradimento, dopo il mitico Elvis e il suo IN THE GHETTO, nell’aria si diffuse la voce roca e potente, inconfondibile, di Louis Armstrong.

Le note e le parole di WHAT A WONDERFUL WORLD entrarono nella cucina e dentro di lei.

Si fermò col coltello a mezz’aria come colpita da un pugno.

Come è bello il mondo… ma era bello davvero?

Il mio finale

Il giorno in cui aveva ricevuto la lettera di licenziamento aveva pensato che il mondo facesse veramente schifo. Come altro si può giudicare un mondo nel quale se sei donna e poi anche madre alla prima occasione risulti incompatibile con le dinamiche esigenze della dinamica azienda alla quale hai dedicato gli ultimi dieci dinamici anni della tua vita? 

Che poi, non l’aveva neppure presa così male

Naturalmente si sarebbe potuta riposare. Non solo, avrebbe trascorso più tempo con i bambini e l’amato consorte, avrebbe avviato il ciclo di pulizie straordinarie che rimandava da anni e si sarebbe di certo data all'invenzione di nuove ricette. Poi, ovvio, sarebbe avanzato tempo per la lettura, la scrittura, il disegno, il decoupage, la musica e la bigotteria creativa. E la vita sociale? Finalmente avrebbe frequentato le mamme fuori scuola, si sarebbe beata delle lunghe colazioni al femminile spaparanzata al bar, avrebbe preso dimora fissa dal parrucchiere e per non fare uno sgarro a nessuno pure dall'estetista. 

Ma quale licenziamento, quella sarebbe stata una Rinascita

Erano trascorsi sei mesi

Ed alcuni imperanti quesiti la tormentavano oramai impietosamente. 

Quando l’esercito si era trasferito a casa sua senza che lei se ne fosse resa conto rendendo vano ogni sforzo di riassetto e pulizia domestica? Quale demone aveva posseduto i suoi figli che nascondevano nel loro corpo di bambini un rugbista dopato con tendenza alla carriera di tenore ed una chiara predisposizione ad un ruolo di attivista all'interno di uno sfascio per l’oggettistica universale? Chi aveva informato male suo marito facendogli credere non che avesse perso il lavoro bensì che l'avessero dotata del dono dell’ubiquità, rendendo possibile la sua presenza in più iper, super e mini mercati per la fatidica e finalmente possibile spesa intelligente ed in concomitanza al parco per le sacrosante ore di svago dei pargoli e pure a casa per lo stiraggio della montagna di camicie degli (invisibili) soldati accampati in salotto? Perché nessuno le aveva mai rivelato che il pianeta-mamme è in realtà una setta dagli intrecci oscuri che camuffa i propri incontri durante apparenti ed innocue colazioni al bar dove si decide come la maestra o il qualsivoglia figlio di Tizia debbano essere indiscutibilmente sacrificati al demonio? Come aveva fatto sua madre ad assoldare il parrucchiere e pure l’estetista che ad ogni appuntamento le ripetevano la stessa identica solfa materna del tipo, Ma che hai fatto a sti capelli? E perché hai la pelle così disidratata, la metti la crema

Insomma, il mondo poteva anche essere bello, ma lei per quella sera preferì gonfiare il petto e cantare a squarciagola: 

I know I will stay alive 

I’ve got all my life to live 

I’ve got all my love to give 

and I’ll survive
I will survive

Immagine da Internet

mercoledì 19 aprile 2017

A Me...

A me che oggi ne sono 38 e non li sento...

A me che in questo giorno mancherà nonna che come ogni anno mi racconta che sono nata in una notte di tempesta e che ho messo fuori prima i piedi; chissà mai dove volevo correre...

A me che anche se è in salita, la vita piace; mi piace oggi più di ieri e sono certa che ancor di più mi piacerà domani...

A me che sono disordinata, distratta, caotica ma che non dico mai un "ti voglio bene" per caso...

A me che sono svampita e arrivo sempre in ritardo, ma che se compio un gesto d'amore lo faccio col cuore e non per avere qualcosa in cambio...

A me che amo ridere e sorridere e che non mi prendo mai troppo sul serio; perchè chi non apprezza l'ironia è destinato all'oscurantismo della stupidità...

A me che rifuggo gli altezzosi, quelli che "ce l'ho io, soltanto io e nessuno osasse rubarmelo"...

A me che basta un romanzo per farmi felice ed una penna ed un pezzo di carta per rendermi entusiasta...

A me che mi nutrirei solo di pizza, gelato e patatine fritte - e nell'esatto ordine -...

A me che starei la notte intera a far baldoria o a scrivere ma non chiedetemi di svegliarmi alle sei...

A me che piango davanti ad un film commovente ma pure davanti al telegiornale che pertanto non guardo mai...

A me che smadonno in macchina nel traffico ma che poi sono l'unica a fermarmi se qualcuno rimane a piedi...

A me che manca la mia terra, e ancora dopo venti anni  mi viene la pelle d'oca se andiamo al bar per il caffè e
 mi dicono "facciamo alla romana"...

A me che se piace una canzone posso ascoltarla a ripetizione cento volte al giorno e per tanti e tanti giorni...

A me che è sempre meglio fare la pace che lanciarsi nelle guerre che portano solo sofferenze, morti e distruzione...

A me che se c'è da bere, beviamo; da brilli si ragiona sicuramente meglio...

A me che con i manuali per crescere i figli ci ho fatto la brace per arrostire la carne, mentre con quello di Morelli su come essere felici le cartine per le sigarette...

A me che il tempo non basta mai, ma provo a spezzettarlo e a regalarne pezzetti autentici...

A me che continuo a credere nell'Amicizia e nel Buono delle persone; nonostante Amicizia e Buono si siano rivelati affari assai complicati...

A me che ogni tanto mi fermo a guardare il mondo e mi incanto di così tanta misteriosa perfezione...

A me che i sogni sono il pane quotidiano e mai smetterò di crederci...

A me, che festeggiare non piace poi tanto ma che per un giorno ho voluto regale qualcosa di Me a me stessa...

A Me, insomma;
questo è per Me.

Un grazie di Cuore alla mia Amica Lore,
per il segnalibro&nonsolo e sopratutto per l'Immenso Amore.



martedì 11 aprile 2017

Amore Fraterno

Tra tredici giorni esatti sarà il compleanno della Principessa. Due anni. Mi sembra ieri. È scontato dirlo. Quasi scontato pensarlo.


La vita si precipita, tocca coglierne scaglie - buone - e farne tesoro.

Due anni, la Principessa. 
Quattro, lo Gnomo.

Spesso li guardo. Me li bevo come limonata fresca sotto al sole nella loro routine di bambini. 

Li ho messi al mondo io. Com'è stato possibile? Sono carne della mia carne, sangue del mio sangue. Dovrebbero essere un proseguimento di me stessa, ma non è così. È veramente un miracolo la loro entità distinta e particolare, già lanciata nel mondo.

Li osservo. Si sono abituati l'uno alla presenza dell'altra, in maniera naturale e spassionata, senza remore. Si cercano, si vogliono, si giocano, si litigano, si baciano. Ancora e ancora. 

È lo Gnomo che porta pazienza, che cede, che abbozza. Difende la sorella a spada tratta, specie quando siamo fuori. 

- Lascia stare mia sorella! - è capace di intimare con piglio sicuro se uno degli infanti del microcosmo bambinesco che siamo soliti frequentare osa soltanto simulare una parvenza di spinta ai danni della pargola.

Lo fa pure con noi, in casa. - Non la sgridate, è piccola -. 

È piccola, lei.

Sorridiamo. Io e il Consorte non abbiamo goduto di simili fortune, non abbiamo assaporato l'ebrezza di crescere in compagnia.

Li guardo, i miei bambini che tanto si amano; e non posso fare a meno di chiedermi cosa ne sarà di tutto questo amore quando saranno grandi, quando l'età adulta prenderà il sopravvento e semplicemente amarsi non basterà più.

La natura umana fa presto ad alienarsi dai legami. Come linfa che va scemando con il trascorrere degli anni, persino l'amore fraterno è destinato ad affievolirsi e spesso a svanire sotto al peso delle impietose recriminazioni che fanno dell'essere umano un grumo di solitaria tristezza.

Li guardo, i miei bambini; e mi dico che se la vita deciderà di dividerli, nulla potrà l'essere cresciuti all'ombra dello stesso albero di pace.

Nulla potrà il loro essere fratelli. 

Nulla potrà il loro legame di sangue. 

O forse, 

...



domenica 26 marzo 2017

INSIEME RACCONTIAMO 19 - by Myrtilla's House


19esimo appuntamento con Insieme Raccontiamo, ideato dalla mitica Patricia Moll e targato Myrtilla's House.

Per il regolamento date sempre un'occhiata sul blog di Patricia.

Per quanto riguarda la puntata di questo Marzo 2017, prosegue la mia intenzione di agganciare tutti gli incipit ed i miei finali ad un'unica trama.

Dunque...

NELLE PUNTATE PRECEDENTI

Guido, spinto da una figura misteriosa comparsa dal nulla su una spiaggia, si è messo alla ricerca della Superscantattruppola Gibbosa. 

Convinto nel suo intento, prende un treno dopo aver salutato la sua fidanzata Gilda che, con le sue chiacchiere ed i suoi modi di fare, gli ha rammentato quanto vuota sia diventata la sua esistenza. 

Ma cos'è questa Superscantattruppola? E, sopratutto, dove cercarla? Guido non ha idea di quali siano le risposte. Una cosa, tuttavia, è certa: indietro non si torna.

Edizione n.19

L'Incipit di Patricia
 Il loro era stato un incontro casuale. Una di quelle occasioni che si verificano una volta sola nella vita.
Il destino aveva fatto tutto da solo. Si erano incrociati e quegli occhi lo avevano ammaliato. Era come se lo avessero invitato a pensare. Quasi a rimestare nel suo passato. E ora...


Il mio finale

"UN BATTITO DI CIGLIA"

Guido si svegliò di soprassalto. Voci dal corridoio riempivano lo spazio calmo e sconosciuto della camera che aveva fermato solo per una notte, solitario e ramingo come quei turisti che appaiono portentosi ma che in realtà vagano senza una meta. 

Quella mattina si era precipitato giù dal treno appena qualche fermata dopo. Dalla provincia alla Capitale. Non era andato lontano. 

Gli era sorto il desiderio imperante di rivederla, di riscoprire quel pezzo di vita che aveva rimandato indietro anni prima, quando la colla ed il peso dei sentimenti lo avevano inspiegabilmente spaventato.

Era forse quella ruggine penosa di cui il cuore si era riempito, la cosa che andava cercando ed il cui nome non riusciva quasi a pronunciare? 

Prese il foglio destinato alle comunicazioni all'albergo e scrisse:

Sono stato in città, oggi. 

Sono stato in città e ti ho cercato, in mezzo alla gente, tra la folla di gambe, braccia, teste... Ti ho cercato ed ho sperato che ci fossi; anche solo per un minuto, per un istante, per un battito di ciglia. In metro ho guardato a lungo, finché non è arrivato il treno e mi ha portato via. Come quel giorno, l'ultimo giorno. 

Avrei tanto voluto rivederti. Ho provato a concentrarmi, ad individuarti: maglietta, jeans, scarpe da ginnastica... Nient'altro, ne sono sicuro. Non puoi essere cambiata tanto da non riconoscerti nei tuoi vestiti, nelle tue movenze.

Ma tu non c'eri. Forse ci siamo persi per pochi attimi, tu eri là un pó prima di me, o un pó dopo. Forse il tizio con la valigia grossa ti ha nascosto al mio sguardo in quel frammento di prospettiva nel quale ti avrei scorto. Forse stavi a sinistra delle panchine invece che a destra, dietro la colonna delle scale mobili: non avrei mai potuto vederti.

O forse, semplicemente, non c'eri. Non ci sei più. Da tempo ormai; gli anni passano e noi non ci siamo: separati dalla vita che scorre e da una città troppo piena, troppo grande.

Non ti ho voluto: un dolore sordo mi opprime il petto. Sempre, ogni giorno. 

Avevi ragione, non dovevamo vivere di rimpianti. Io e te eravamo fatti per la vita: incastrati, combacianti, pezzi unici ad aggancio naturale.

Dove sei? Dove sei, adesso?

Se solo potessi chiederti perdono, per tutto il dolore, per gli sbagli, per la mia codardia.

Dove sei? ... Se solo potessi stringermi ancora una volta, in uno sguardo: uno sguardo soltanto rubato ad un istante di verità."

Posò la penna. L'indomani si sarebbe rimesso in viaggio. La Superscantattruppola non poteva essere in quel rimpianto, in quel dolore assordante di un uomo che in uno sguardo riconosce il passato. Non poteva. O forse sì?




martedì 21 marzo 2017

Il Piacere di Pensare… e il Demone che ci accompagna

Pensare. 

Tutti pensiamo. O almeno così pare. Pensiamo a questo o a quello, tra una faccenda e l’altra, tra una corsa di qua ed una di là.

Pensiamo. 

Ed è una cosa sciccosissima. Perché il pensiero è veramente l’elemento che ci rende unici. Nessuno fino adesso è stato capace di scoprire come decifrare il pensiero dell’ uomo. A meno che non si decida espressamente di esternarlo, il pensiero rimane segreto.

Evviva, evviva. Possiamo continuare a pensare i pensieri nostri in santa pace e senza che nessuno venga mai a sindacarli. 

Il mio prof diceva: La libertà è nel Pensiero.

Non aveva forse ragione?

Ma a qualcosa servirà questo Pensiero, oltre che ad andare sull’ali dorate e a posarsi sui clivi e sui colli.

C’è stato un certo James Hillman - lo stesso Hilman autore de “Il codice dell’anima”- che ha sciorinato tutto il suo dire sul Pensiero in un saggio intitolato “Il piacere di pensare”.

L’intero testo altro non è se non una conversazione tra la filologa Silvia Ronchey, la quale rilancia i temi più conosciuti dello studioso, ed il filosofo stesso ormai anziano

Si parte dal concetto fondamentale e Jung-iano che la psiche non è dentro di noi, ma siamo noi ad essere dentro la psiche, ovvero non è l’anima nel corpo ma è il corpo che passeggia in quel giardino che è l’anima. Lo so, è complicato. Ma provate ad immaginare a tutti i ponti che costruiamo interiormente per superare le difficoltà, o ai prati assolati e verdeggianti di quando siamo felici: il giardino è in effetti la giusta metafora per l’anima. E come ogni giardino, anche l’anima ha bisogno di cure che possono essere praticate attraverso il Pensiero.

Il Pensiero è dunque da considerarsi alla stregua di una pratica, di un allenamento, lo stesso che esercitano i giardinieri o anche gli sportivi. Per meglio dire, il Pensiero è difficile ma provoca piacere: così come ad esempio sciare è difficile e faticoso ma piacevole allo stesso tempo. Ci vuole rigore, insomma. Quello stesso rigore che oggi la nostra cultura rifiuta - “si ritiene che un bambino debba trovare vie facili per imparare, e divertirsi mentre impara” -, così come rifiuta l’accettazione del dolore come un elemento che appartiene all'individuo, che non redime né è causa di una colpa ma da cui semplicemente si può ricavare qualcosa come da qualsiasi altro lato dell’esistenza.

In una società in cui, tuttavia, ci viene richiesto di condurre uno stile di vita maniacale, di stare al telefono, controllare l’email, entrare ed uscire dai supermercati, comprare, correre, cumulare due o tre lavori, acquistare automobili nuove, nuovi vestiti, nuovi computer, non ci è permesso di soffrire, né tanto meno di essere depressi - unico mezzo della psiche per mettere un freno a tutto questo-; i governi e le multinazionali sono piuttosto disposti ad investire in prodotti farmaceutici ed in qualunque forma di ricerca in grado di consentire ai consumatori di proseguire nella loro frenetica attività del consumare.

Vietato soffrire e vietato Pensare: questo ci impone la nostra ricca cultura.

Una lettura interessante e ricca di spunti che spesso riprendo, questa de Il Piacere di Pensare. Un excursus delle principali tematiche toccate dal Maestro durante tutta la sua storia bibliografica ed in cui viene messa ancora in risalto la difficoltà ad accettare il Daimon, ovvero, secondo il mito platonico, il Demone assegnato a ciascuno prima della nascita e che determinerà la “tendenza” dell’individuo intesa come “carattere” o “vocazione”.

Sarebbe dunque sacrosanto che ciascuno avesse consapevolezza del proprio “pensare” e soprattutto del “demone” che induce a farlo ed in cui si cela la nostra vera essenza: saranno mica questi gli strumenti per la piena accettazione di noi stessi e per il raggiungimento di quello stadio tanto agognato e conosciuto come “felicità”?

Intanto che voi ci pensate, per oggi, io e il mio Daimon andiamo a riprenderci… dal Piacere di Pensare.

La lotta con il Daimon - Immagine da Internet